MONDO POLIZIA
Il colpo del secolo, la rapina di Via Osoppo

di Giovanni Massaro

si ringrazia per la collaborazione l'Ufficio Storico della Polizia di Stato

 

Era il 1958, i segni della guerra si vedevano ancora in Italia, dappertutto, anche a Milano, soprattutto nelle periferie. La ligera, la criminalità milanese, non è certo compatta, è frammentata: biscazzieri, allibratori, rapinatori, truffatori, ricettatori; insomma, gente del crimine “leggero”, niente a che vedere con le grandi potenze criminali. La città è piena di immigrati, gente del Sud in cerca di lavoro per scampare alla fame. Il boom economico è alle porte, i favolosi anni Sessanta stanno per arrivare. Lo stipendio di un operaio è di circa 47.000 lire, un paio di scarpe costa 5.000 lire, un quotidiano 30.

Il 27 febbraio 1958 il furgone blindato della Banca popolare di Milano parte dalla sede centrale di Piazza Meda; fa il giro della trenta filiali per prendere e portare banconote, assegni e valori. Quando imbocca Via Osoppo, per giungere all’agenzia numero 28 di via Rubens 3, all’incrocio con via Caccialepori, viene investito da un autocarro leggero sporco di sabbia e calcina. Cento metri più indietro c’è una Fiat 1400, color caffelatte, messa lì per impedire la fuga del furgone. Arnaldo Gesmundo, detto “Jess il bandito”, scende dall’auto rubata, è vestito con una tuta blu e un passamontagna grigio, ha un mitra in mano e si dirige verso il blindato. Si dimentica di staccare i contatti alla Fiat, che attraversa la strada e va a sbattere contro il civico numero 7. Il gran rumore attira l’attenzione di molti; sembra “un’auto telecomandata” dicono i giornalisti, “si comincia ad avere una malavita in tono con il progresso tecnico e scientifico dell’umanità più elevata.”, scrive Montanelli.

L’uomo dell’autocarro, vestito anche lui con una tuta blu, scende e frantuma con un martello il finestrino del portavalori; La guardia di P.S., Matteo Tedesco, che era a protezione del furgone, cerca di prendere la pistola ma viene colpito. L’autista del furgone e il commesso cercano di scappare, ma vengono fermati. Intanto arrivano una Giulietta e un altro furgone, arrivano altri uomini in tuta blu, hanno i mitra e i martelli, urlano, fanno il verso degli spari “ta-ta-ta-ta” ma non sparano un solo colpo. Spostano dal blindato al furgone un bottino pari a 590 milioni di lire, di cui 114 in contanti e il resto in assegni e titoli. Scappano via senza lasciare tracce, un colpo spettacolare, un bottino da capogiro, un “record” rimasto insuperato fino agli anni Settanta.

 

Migliaia di poliziotti al lavoro sul caso

Un colpo perfetto. I giornali scrivono di “sette uomini d’oro” venuti dall’estero, di “Fantomas del mitra” che hanno realizzato “il colpo del secolo”. La Polizia brancola nel buio, qualche giornale spara bordate contro le forze dell’ordine, molti milanesi fanno il tifo per i ladri, tanti giocano al lotto i numeri della rapina: 46 (rapina), 27 (il giorno), 7 (i banditi), 50 (ricchezza). Nel frattempo i ladri si sbarazzano del furgone usato per la rapina, delle armi e delle tute blu, che vengono chiuse in un sacco e buttate nell’alveo del fiume Olona.

La Polizia mette in campo un apparato impressionante di mezzi e uomini per trovare i criminali; Vincenzo Agnesina, ispettore generale di Pubblica Sicurezza, numero uno della Polizia italiana, viene mandato dal ministro dell’Interno Fernando Tambroni ad occuparsi del caso. Dopo pochi giorni vengono messi più di cinquemila poliziotti a lavorare sul caso. La caserma Garibaldi del Reparto Celere diventa il quartier generale dell’inchiesta. “Dal pomeriggio del 27 febbraio 1958 alla Questura di Milano non si dormì, non si mangiò, non si fece altro che impazzire. Le farmacie dei dintorni fornirono a funzionari e agenti migliaia di compresse contro l’emicrania, e decine di tubetti di simpamina o di tranquillanti, a seconda delle ore” (Franco di Bella, L’Italia nera, 1960). Si cercano informazioni dappertutto, tra le confidenze degli informatori, negli schedari, nelle segnalazioni dei cittadini. Il 2 marzo i giornali pubblicano il “ritratto parlato” l’attuale identikit, dell’“uomo dei panini al formaggio”: il guidatore dell’autocarro, prima della rapina, si era tolto il passamontagna, era andato nella latteria di via Osoppo 23 e aveva comprato un etto di taleggio, poi si era recato dal panettiere dove aveva acquistato tre panini che aveva riempito con il formaggio. Fortuna vuole, per i malviventi, che il ritratto non porti a nessun criminale conosciuto. Però quella mossa è un errore, così come lo diventano anche altre.

 

Le tute ritrovate e la fine delle indagini

Il 5 marzo lo straccivendolo Albino Fiori, nella sua usuale ricerca nell’alveo del fiume Olona, trova tre tute blu. Dal fiume riemergono anche un passamontagna grigio, il caricatore di un mitra, un martello, due rivoltelle calibro 7.65 e una targa, probabilmente di un autocarro. Tutti gli automezzi usati nella rapina sono stati rubati; ma non solo, dall’etichetta delle tute si scopre che anche quelle sono state rubate. Le tute della ditta tessile Pizzi sono state prese ad un venditore di Castel San Giovanni, in Emilia; la Polizia scopre che le tute ed il furgone che le conteneva sono state rubate da Giorgio Puccia e Antonio Signa. I due ladruncoli vengono interrogati e confessano immediatamente il nome dell’uomo al quale avevano vendute le tute blu: si tratta di Luciano De Maria. Il 27 marzo la Polizia blocca De Maria all’entrata di Milano, dopo una notte di follie al Casinò di Saint Vincent. È accompagnato da due amici, Arnaldo Gesmundo e Arnaldo Bolognini. Dopo ore di interrogatorio, tutti e tre ammettono la loro partecipazione alla rapina. Vengono fuori i nomi degli altri complici: si tratta di Ugo Ciappina, Ferdinando Russo, Eros Castiglioni ed Enrico Cesarioni. I sette uomini d’oro sono stati presi. Una grane vittoria per la Polizia, per la Squadra Mobile di Milano, per il commissario Mario Nardone, che aveva già risolto il caso di Rina Fort, “la Belva di Via San Gregorio”.

 

I ruoli

I ruoli erano stati questi. Gesmundo era alla guida della 1400, Bolognini era il guidatore dell’autocarro (“l’uomo del formaggio”), De Maria era arrivato dopo con la Giulietta e il furgone, Ciappina era stato il capo e ideatore del colpo; quando venne preso dalla Polizia disse di essere stato da un dentista, nelle vicinanze di Via Osoppo, per l’otturazione di un dente. Il dentista confermò senza essere in grado di ricordare a che ora Ciappina fosse andato via. Non ci furono più dubbi sulla sua colpevolezza dopo che fu trovata la sua parte di bottino (dodici milioni) nella casa di Bolognini, in due secchi murati sotto il lavandino della cucina. Russo aveva il compito di segnalare l’arrivo del furgone della banca e per poco non fece fallire la rapina, dal momento che, avendo problemi di vista, aveva quasi scambiato una camionetta della polizia per il blindato da assaltare. Enrico Cesaroni organizzò il colpo seguendo per settimane il percorso del furgone, cronometrando le soste. Fu preso in Venezuela, dove era fuggito. Castiglioni, descritto come un latin lover, fu preso a Parigi fra le braccia di una donna. La banda aveva compiuto altre sette rapine, le più note erano state quella alla Banca di piazza Wagner, a Milano (dodici milioni) e quella all’azienda tranviaria di Torino (diciotto milioni). L’unico che partecipò a tutte le rapine fu solo De Maria che prese la pena più severa, di venti anni e otto mesi, ridotta poi in appello a diciotto. Le condanne per gli altri andarono dagli otto anni e otto mesi di Russo ai sedici anni e nove mesi di Cesarioni. Ciappina ebbe diciassette anni e due mesi, che furono ridotti, in appello, a quattordici e otto mesi.

Dopo gli anni di carcere Gesmundo si sposò e diventò un buon padre di famiglia, Bolognini sfruttò il suo diploma di geometra ad Alessandria, Castiglioni aprì un bar a Cesano Boscone, Cesaroni aprì un’autofficina ad Ancona e poi comprò un peschereccio. L’unico che rimase nell’ambiente della mala milanese fu Ciappina.

Il materiale usato per la rapina si trova nel Museo Criminologico a Roma.